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domenica 11 ottobre 2026

Platea di San Filareto, p. 2.1 - Redazionale: L'originalità dell'incisione di San Filareto


Pag. 2.1

Redazionale della SSSP.odv

L'ORIGINALITÀ DELL'INCISIONE DI SAN FILARETO: POLITICA CULTURAL-PATRIMONIALE E AUTENTICITÀ DEL PAESAGGIO SEMINARESE

A corredo dell'analisi iconografica della Vera Effigies di San Filareto (Pagina 2) e del riscontro in trasparenza del suo verso (Pagina 3), la Redazione propone questo studio critico mirato a dimostrare l’originalità della matrice calcografica e la conseguente attendibilità scientifica del profilo urbano fortificato isolato sullo sfondo.
1. L’evidenza ecdotica del "Verso" intonso
Il primo elemento discriminante risiede nella materialità stessa del supporto cartaceo. Nell'editoria settecentesca, le incisioni destinate a corredo di opere agiografiche o trattati storici a stampa venivano impresse su fogli che recavano, sul verso, indicazioni tipografiche coeve (numeri di pagina del volume, titoli correnti o porzioni di testo). Il riscontro fotografico della nostra Pagina 3 documenta invece un verso originariamente intonso, sul quale si è depositato esclusivamente il decalco passante dell'inchiostro calcografico per capillarità e pressione del torchio.
Ciò dimostra che la tavola non è un "foglio di recupero" strappato da un libro a stampa e rilegato a posteriori, ma un’impressione autonoma eseguita monofacciale su carta vergata d'archivio, pianificata specificamente per l'apertura del manoscritto della Platea.
2. La sostenibilità economica della committenza basiliana
La tesi di un'opera eseguita su commissione specifica trova riscontro nella solidità finanziaria del Monastero dei Santi Elia e Filareto di Seminara. Nel 1735, l'ente ecclesiastico deteneva il controllo giurisdizionale ed economico di un immenso patrimonio fondiario nella Vallis Salinarium (oliveti, censi attivi, diritti d'acqua e mulini), le cui rendite giustificavano ampiamente l'ingaggio di un maestro incisore (di scuola napoletana o messinese).
Nel Settecento, commissionare una lastra di rame solenne non era un mero vezzo estetico, bensì un'operazione istituzionale paragonabile alla registrazione di un marchio di fabbrica o all'esibizione di un sigillo di Stato, finalizzata a intimidire le pretese giurisdizionali dei potentati laici locali.
3. Il testo del cartiglio e la committenza mirata
L'esclusività della matrice è blindata dalla presenza, nel cartiglio inferiore, di un'epigrafe latina che menziona esplicitamente la città e la presenza fisica del santuario:
«...cuius Sacrum Corpus Seminaræ in monasterio eiusdem Ordinis summa veneratione colitur...»
L'incisore ha dovuto intagliare il rame seguendo un programma iconografico e testuale dettato direttamente dai monaci e dal redattore della Platea, Antonio Grimaldi. Sarebbe stato del tutto illogico ed economicamente assurdo commissionare una lastra così specificamente legata al Monastero di Seminara per poi accostarvi un paesaggio astratto o geometricamente inventato.
4. Perché l'incisore non ha dipinto un paesaggio di fantasia
Nella cultura artistica e corporativa del tardo barocco, il pittore o l'incisore incaricato di celebrare i possedimenti di un ente feudale o ecclesiastico operava secondo criteri di rappresentatività geografica. Dovendo l'opera sancire il dominio spirituale e materiale di San Filareto sul territorio circostante, il maestro d'arte ha fedelmente registrato la linea visiva che si godeva dal cenobio (situato in posizione valliva o di mezza costa) guardando verso l'alto in direzione del crinale della collina, dove svettavano le mura merlate e le torri quadrate di Seminara prima della tabula rasa sismica del 1783.
Questa stringente convergenza di prove economiche, codicologiche e storiche sottrae l'ipotesi del "profilo ritrovato" al campo delle congetture arbitrarie, trasformando il dettaglio grafico in un documento intenzionale e scientificamente attendibile per la ricostruzione della fisionomia urbana di Seminara rinascimentale e barocca.

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