DAVIDE WINSPEARE
Storia degli abusi feudali
Da Internet Archive
(83) Si trovano prezzi di vendite così ingenti che fa meraviglia come piccioli comuni abbiano potuto nel 16º e 17º secolo trarli da' loro soli mezzi. Era pei comuni una condizione necessaria della prelazione il depositare il prezzo del feudo, ed a questo depositato si soleva assegnare dalla Camera della Sommaria un termine di pochi giorni. Seminara in Calabria ultra pagò 100,000, Somma ducati 112,000, Amalfi ducati 216,160. V. i registri delle consulte della Camera dell'anno 1599, fol. 15.
Prima di ottenere lo stato di città demaniale, i comuni per lo più non pensavano a' mezzi onde soddisfare i loro debiti dei quali si caricavano, e spesso la necessità e l'impazienza d'ottenere il bene il più necessario li faceva ricorrere agli espedienti i più rovinosi. Ottenuto il demanio, il secondo pensiero era di riparare alle conseguenze di questi espedienti. Allora o i comuni vendevano tutti i loro demanj e le loro gabelle, o i particolari cittadini ripartivano sulle loro proprietà il debito; o, ritenendo la loro libertà per metà, infeudavano una parte di loro stessi. Dico una parte di loro stessi, perchè, avendo sovente molti casali e borghi, erano questi risguardati come dipendenze del comune principale, il quale per sostenere se stesso sacrificava la sorte di queste parti della stessa popolazione. Ciò fra altri esempj fu praticato dal Comune di Guglionesi e da quello di Montechio. Ma la conseguenza più frequente era la necessità di rivendersi e di ritornare allo stato da cui avevano voluto uscire. Quasi tutti i comuni, che in quest'epoca proclamarono al demanio, poco dopo si rivenderono ritornando allo stato baronale colla rovina del loro patrimonio. Sebbene il produrne gli esempj sia lo stesso che dimostrare un fatto ovvio; tuttavia vedi quelli di Torrecuso, di Venafro, di Sala, di Sansevero e di tanti altri ne' registri delle consulte della camera e nelle decisioni pubblicate dalla commissione feudale. L'ordinario tenore de' parlamenti, o sieno delle conclusioni comunali co' quali le città risolvevano di ricomprarsi, era che si trovasse un barone che non li avesse tiranneggiati. Il comune di Sansevero, nel domandare al Vicerè la grazia di essere rivenduto lo supplicò di dargli un padrone che sia cristiano e dabbene, che altrimenti della terra saria al peggio e del tutto distrutta. V. il foglio 20, 21 degli atti originali ad istanza dell' università di Sansevero.
Lo stesso è detto per Fontechio e per altri.
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🏛️ COMMENTO STORICO-GIURIDICO E CRITICA DELLE FONTI
Questo testo di Winspeare è un monumento di sanzione scientifica per il nostro blog, e svela tre dettagli fondamentali:
- La conferma del Riscatto (Ius Luendi): Winspeare esprime lo stesso stupore che abbiamo provato noi: si meraviglia di come dei "piccioli comuni" (piccoli centri rurali o demograficamente ridotti rispetto alle grandi capitali) siano riusciti a racimolare cifre così sbalorditive "da' loro soli mezzi", cioè senza aiuti regi, ma solo tassandosi spontaneamente o ricorrendo a prestiti interni.
- La spietatezza della Camera della Sommaria: Il giurista evidenzia la scure burocratica dell'epoca. Per esercitare il diritto di prelazione e sottrarsi al barone (i Ruffo, nel nostro caso), la legge regia imponeva il deposito dell'intera somma contrattuale in contanti, concedendo un termine di "pochi giorni". Questo amplifica la portata dell'impresa compiuta dal Parlamento di San Marco a Seminara: raccogliere 100.000 ducati in un lasso di tempo strettissimo fu un miracolo di ingegneria finanziaria e coesione sociale.
- La Segnatura d'Archivio ritrovata: A differenza di Antonio De Salvo, che liquidava le sue fonti con un vago (Archivio Spinelli), Davide Winspeare ci fornisce la traccia scientifica esatta: "V. i registri delle consulte della Camera dell'anno 1599, fol. 15". La Camera della Sommaria registrò l'intera operazione finanziaria e la successiva consulta sul demanio di Seminara in quella specifica filza del 1599.
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