Sez VI. Platea di San Filareto
Pag 2.3 - Redazionale a corredo dell'Ipotesi sull'Immagine di Seminara Antica
La riscoperta della splendida incisione calcografica del 1735, posta ad antiporta della Platea di San Filareto, non è soltanto un fatto filologico, ma riaccende una vera e propria sfida topografica sul terreno. L'Intelligenza Artificiale, analizzando la geometria delle creste orografiche, ha individuato l'unico cono ottico possibile da cui l'incisore barocco ha potuto traguardare e ritrarre la città: un punto specifico situato sull'altopiano di Terramala / Crisafi, a qualche chilometro dal diruto monastero basiliano. Ma la prova del nove di questa eccezionale aderenza al reale emerge camminando lungo i resti fisici delle fortificazioni, in un viaggio ideale che unisce la memoria d'infanzia ai monconi di pietra scampati alla distruzione.
Il percorso d'indagine parte idealmente dal basso della vallata profonda, dal letto del torrente dove si snoda l'antico passaggio del Pontevecchio. Da questa gola scoscesa, la via rurale risale tortuosamente il costone della rupe, ripercorrendo i passi dei contadini e dei muli che per secoli hanno trasportato i censi e i raccolti verso la roccaforte urbana. Arrivati in cima alla salita, subito dopo l'avamposto storico di Largo Sant'Antonio, si incontra il vero "punto zero" della nostra cinta muraria: due maestosi spezzoni e mozziconi di pietra isolati. Questi monconi, sopravvissuti allo smantellamento umano post-1783 perché riutilizzati come spallette di contenimento della strada, costituiscono le ultime testimonianze monumentali della Porta Maggiore, l'ingresso monumentale ad arco ritratto sul lato sinistro del nostro ovale settecentesco.
Avanzando di poche decine di metri oltre la soglia della Porta, la maglia urbana d'Antico Regime si spacca in un bivio cruciale che rivela due eccezionali rovine pre-terremoto. Imboccando la mulattiera in discesa sulla destra, che costeggia il precipizio orientale, si incontrano i resti interrati della celeberrima Fontana Rosella (o di Rosea). Menzionata nei documenti fin dal XVI secolo, questa monumentale struttura idraulica dell'Università di Seminara ospitava sul prospetto dei riquadri affrescati di epoca rinascimentale, fotografati a più riprese prima che il degrado e i fichi selvatici ne occultassero la vista. Se invece dal bivio si risale la rampa ripida di sinistra per circa trenta metri, si incrociano degli antichi e imponenti archi in muratura, oggi purtroppo inglobati e sbarrati da un'usurpazione privata, ma sotto i quali nel 1960 i ragazzi del paese potevano ancora liberamente transitare.
Dal punto di vista dell'ingegneria orografica, questi archi non erano semplici elementi decorativi, ma fornici di sostruzione: massicce arcate strutturali concepite per creare una grande "mensola" artificiale in piano sulla roccia. Sotto gli archi correva il camminamento protetto per le guarnigioni a ridosso della Porta Maggiore, mentre sopra di essi poggiavano le fondamenta di quel fitto fronte di case barocche arrampicate a scaglioni che l'Incisore della Platea ha immortalato nella sua lastra di rame. La Porta di Sant'Antonio, la Fontana Rosella e i Fornici di salita compongono così un dispositivo monumentale coerente. Questo itinerario dimostra che il disegno del 1735 non è una fantasia d'artista, ma un ritratto geometrico di precisione millimetrica: l'unica, commovente immagine della Seminara perduta prima del grande flagello del 1783.



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